La “sacra” Elvira di Toni Servillo

Piccola premessa: chi scrive è percorso, se non travolto, da “afflati didattici” inguaribili e persistenti.

Elvira (Elvire Jouvet 40)” di e con Toni Servillo è ispirato a un testo “sacro” del teatro europeo: la raccolta delle sette lezioni stenografate che Jouvet tenne a Parigi nel 1940, successivamente trascritte dalla regista Brigitte Jacques-Wajeman
Testo “sacro” in senso stretto, ovvero relativo a “ciò che è connesso all’esperienza di una realtà totalmente diversa, rispetto alla quale l’uomo si sente radicalmente inferiore, subendone l’azione e restandone atterrito e insieme affascinato”.
Atterrita e affascinata come Claudia (interpretata da una bravissima Petra Valentini) che si ritrova a dover affrontare il ruolo di “Elvira” nel Don Giovanni di Molière sotto gli insegnamenti ossessivi e le indicazioni contraddittorie di un Jouvet perennemente insoddisfatto.
Nemmeno troppo lentamente, il maestro invade il palcoscenico fino a trasformarsi in regista e attore, forse per “farle prendere le ali dell’attrice” o forse perché non può proprio fare altrimenti. Arrivando a chiedere all’allieva di “camminare sull’acqua”, di “smarrirsi” per trasformarsi in qualcuno “che si ritrova a consegnare un messaggio suo malgrado”.
Un’impresa, più che un percorso, che non può realizzarsi compiutamente perché entrambi si ritrovano soggiogati dal “mistero” del personaggio, “sacro” e di conseguenza mai pienamente rappresentabile.
Così, Servillo/Jouvet (o Jouvet/Servillo?) incalza Petra/Claudia/Elvira oltre ogni sopportazione spingendola sull’orlo dell’abbandono, invitandola a non “implorare” (per sé) ma a “esplorarsi” rimestando dentro ogni sua sensibilità.
Nel complesso, va in scena uno spettacolo che qualcuno potrà trovare troppo tecnico, troppo teatrale e specialistico, ma che può parlare a tutti, soprattutto oggi.
E’ vero, nell’Elvira di Servillo si racconta ciò che è già stato raccontato ma lo si fa cercando spazi e interstizi sconosciuti. Uno spettacolo che andrebbe abbinato alla lettura de “Il libro di tutti i libri“. Un testo di Roberto Calasso che, come spiegato da Matteo Moca nella sua splendida recensione: “Si chiude con un capitolo finale intitolato Il Messia dove, in un rapido passaggio, sembra mimetizzarsi lo spirito con cui lo scrittore ha composto questo libro: nella visione talmudica, la cosa principale è aṣl, è lo studio, se possibile ininterrotto. Il precetto è: Fissati nello studio. Tutto il resto deve essergli subordinato”.

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