“Stare insieme è un’arte” (il libro)

Premetto che leggo i libri sull’Alto Adige/Südtirol da “neofita”, abito a Bolzano solo da pochi mesi, ma mi sono trasferito qui anche per questo, per confrontarmi con una terra di “frontiera”. Rispetto a quanto scritto (qui) sulla presentazione all’Eurac del libro “Stare Insieme è un’arte” (L. Giudiceandrea -Aldo Mazza , Edizioni Alphabeta) devo ricredermi.
Il libro, soprattutto nella parte finale, alza lo sguardo, non si limita all’orticello provinciale e tratta la questione della minoranze a largo spettro, affrontando temi fondamentali dalla giusta prospettiva. Vi ho trovato, però, un grande difetto nelle premesse, perchè trovo che gli autori abbiano calcato troppo la mano sulla “tensione” tra le due comunità ed abbiano speso troppe parole su un passato ormai notissimo.
Perchè le polemiche, le divisioni e gli scontri che riguardano le due principali comunità della provincia di Bolzano oggi appaiono di minore forza rispetto a quelle che dividono la maggior parte degli italiani, non solo al nord. La divisione politica destra/sinistra a sud di Salorno è ormai materia da antropologi, La gente di sinistra frequenta ambienti in cui è quasi impossibile conoscere gente di destra e viceversa. La frase “non conosco nessuno che ha votato Berlusconi” è, per esempio, qualcosa di più di un luogo comune in molte parti d’Italia. Così come toni e provocazioni dei leghisti non sono certe meno violenti di quelli degli “Schützen” sudtirolesi.
Purtroppo l’identità degli italiani si fonda soprattutto “contro qualcuno”.  La memoria, per esempio, non è mai condivisa: sulle stragi nazifasciste, su quelle terroristiche come piazza Fontana,  per finire a Tangentopoli, come ha illustrato alla perfezione John Foot nel suo “Fratture d’Italia”. In questo contesto come possiamo proporre una “memoria condivisa” ai sudtirolesi?
Credo che il difetto di “Stare insieme è un’arte” sia soprattutto qui, sopravvaluta le tensioni di Bolzano e dintorni perchè dimentica il contesto, più largo, in cui avvengono. Sarò ingenuo, ma credo che sia proprio questo che ha spinto molti a preoccuparsi inutilmente per la “calata” degli alpini, vi è un’evidente sopravvalutazione del problema.

Detto ciò, trovo, comunque, assolutamente utili e condivisibili, le conclusioni del libro, soprattutto quando si richiede uno scatto in avanti: “l’autonomia ha consentito di tutelare le minoranze, ma ora essa ha un salto di qualità da compiere: da etnica deve diventare territoriale, vale a dire un’autonomia di e per tutti gli abitanti di questa terra (p.128)”.
Riguardo a quanto scritto nel post sulla presentazione del libro, ovvero all’abituale possibilità di trarre dai testi di Giudiceandrea spunti utili all’analisi della società in generale, non posso che citare un passo di pag.134. “L’aspirazione delle persone a definirsi come individui piuttosto che come parte di una comunità, è una spinta salutare della società e il diritto dovrebbe preoccuparsi di recepirla”. Una pratica utile a Bolzano, quanto a Parigi, Milano o Berlino.
Sulla stessa linea la postfazione di Gabriele Di Luca. Un suo passaggio sui “traditori della Patria” mi ha fatto venire in mente una frase di Karl Kraus che ho “postato” qui.


Sullo stesso argomento: L’Alto Adige e la “rattonomastica”

 

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2 Responses to “Stare insieme è un’arte” (il libro)

  1. lucio giudiceandrea scrive:

    grazie dei tuoi post, caro massimiliano. fa piacere essere presi sul serio e dialogare con lettori/autori attenti e informati.
    per lavoro frequento e seguo quanto avviene in altre regioni di confine in europa e debbo dire che trovo spesso un’analogia con quanto avviene qui in aa/st. nel senso che ognuno guarda essenzialmente a se stesso. per esempio komarno/komaron: è una città divisa dal fiume danubio; una parte appartiene alla slovacchia, l’altra all’ungheria. bene. hanno i loro punti di conflitto e di accordo anche lì. però non è che parlando ad uno slovacco o ad un ungherese e dicendogli che vi sono altre frontiere problematiche loro cessano di occuparsi della propria condizione.
    questo per dire quanto segue. non siamo l’ombelico del mondo, ovviamente. nessun luogo al mondo lo è, neppure pechino, mosca, berlino, new york… però una volta che abbiamo capito che non siamo l’ombelico del mondo, i problemi e le difficoltà di fronte ai quali ci troviamo non scompaiono. restano e continuano a farsi sentire. sapere che vi sono molte altre situazioni di contatto problematico tra comunità di lingua e cultura diversa, ci può aiutare. ma non può servire a risolvere uno solo dei conflitti reali o potenziali di fronte ai quali ci troviamo. quelli dobbiamo sbrigarceli in prima persona.

  2. admin scrive:

    Hai ragione, credo però che porre troppa attenzione alla convivenza tra le due comunità principali della provincia di Bolzano, rischi di creare ulteriori tensioni. A volte, solo a volte, l’indifferenza è l’unico modo per smorzarle. Se leggi cosa si urlano contro bersaniani e renziani, che sono dello stesso partito…. Infine, convivo molto meglio con la comunità tedesca di qui che con quella italiana di Bologna. Sarà che qui non capisco tutto quello che dicono…

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