Won in translation

Haim Steinbach, every single day, veduta della mostra a Museion. Foto Luca Meneghel

Se c’è una cosa che hanno reso evidente i social network, è quanto le persone amino dare risposte piuttosto che fare, e sopratutto farsi, domande. Per questo mostre e musei d’arte contemporanea svolgono un ruolo fondamentale, perché costringono a interrogarci su quello che si sta osservando, su quello che viene proposto.
La personale che Museion dedica ad Haim Steinbach (“Every single day” dal 18 maggio al 15 settembre 2019) esplicita tutto questo in maniera evidente e intrigante. Perché gli oggetti esposti vengono minuziosamente svincolati dal loro contesto abituale e conseguentemente trasformati in qualcosa di diverso. Si potrebbe dire che vengono “tradotti”, perché decontestualizzazione e ricollocazione modificano sguardi, dialoghi e comprensione. Una volta trasportati in contesti differenti, assumono identità e significati diversi, meno definiti, proprio come nelle traduzioni.

La frase di Walter Benjamin utilizzata per presentare la mostra di Steinbach si presta perfettamente al “gioco”. L’originale tedesco “Zitate in meiner Arbeit sind wie Räuber am Weg, die bewaffnet hervorbrechen und dem Müßiggänger die Überzeugung abnehmen” è stato tradotto in “Le citazioni nelle mie opere sono come rapinatori in agguato sulla strada che attaccano con le armi il passante e lo alleggeriscono delle sue convinzioni”.
Si è quindi scelto di tradurre il tedesco abnehmen, (togliere, derubare, sottrarre) con un alleggerire che, riferito alle convinzioni, cambia decisamente il senso. Perché togliere delle convinzioni non è lo stesso che alleggerirle e di fronte ad un’opera d’arte che tende a interrogarci, è preferibile togliere peso alle proprie convinzioni e aspettative piuttosto che farle sparire. Meglio rifarsi, quindi, alla calviniana leggerezza della pensosità che è una sorta di marchio di fabbrica di Letizia Ragaglia, direttrice di Museion.
Ispirati da pensosa leggerezza e spirito da traduttori, non resta, quindi, che gironzolare come passanti (ma sarebbe meglio Müßiggänger) per le sale dell’esposizione e lasciarci cogliere dalle infinite suggestioni. Perchè può bastare un attimo per passare dal kafkiano secchio del Cavaliere citato da Calvino nelle sue “Lezioni americane” a quello esposto da Steinbach nell’opera Display #54C – Fern. Con il medesimo atteggiamento si consiglia di affrontare scaffali, wallpainting, fotografie, librerie, pantoni, caratteri tipografici, tapp-eti (di tappi) e soprattutto gli uccelli che, non solo impagliati, oltrepassano i doppi sensi riuscendo a comunicare con tutti e cinque.

Proprio di fronte alle gazze, troviamo un pappagallo, ovvero quell’oggetto munito di imboccatura ampia e a gomito che permette ai malati di sesso maschile di poter orinare senza alzarsi da letto. Una evidente “citazione” della fontana di Duchamp che sorge poco distante dalla teca che ospita una lampadina alimentabile da un limone. Un frutto che da classica “natura morta” si trasforma in natura viva, energetica, persino in grado di creare “luce”, quella che gli inglesi chiamano light, e i tedeschi licht, lo stesso termine che usano per leggero.
Tutto sembra tornare, tanto da spingerci a saltare dalla Melencolia di Albrecht Dürer che ha ispirato “L’angelo malinconico” di Giorgio Agamben, alle poesie di Gilbert Keith Chesterton che ci ricordano che “Angels can fly because they can take themselves lightly” (Gli angeli sanno volare perché sanno prendersi con leggerezza). Per tornare e chiudere con Italo Calvino, per cui “La melanconia è la tristezza diventata leggera”.
Accostamenti che ne generano altri, soprattutto se decontestualizzati.

Come sottolineato dal critico Giorgio Verzotti: “l’operazione di trasferimento compiuta da Steinbach comporta l’apertura di un testo, fa schiudere una narrazione e attiva l’immaginazione”. L’artista, dal canto suo, ha esplicitamente ammesso che: “That’s the play”.
Qui non è restato che adeguarsi, ricordando che tradurre significa anche “condurre da un luogo in un altro, soprattutto carcerati”.

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