La vertigine sull’orlo del cratere

Il Macbeth nella versione di Serena Sinigaglia (recensione)

Il Macbeth (seconda produzione stagionale dello Stabile di Bolzano) che andrà in scena fino al 2 dicembre al Teatro Studio, va visto, guardato e sentito, forse persino annusato. E’ uno spettacolo visivamente straordinario, forse il più suggestivo degli ultimi tre anni da questo punto di vista, ma è in grado di colpire tutti i sensi. Questo grazie, ovviamente, al testo di Shakespeare ma anche alla regia di Serena Sinigaglia che fa immergere il pubblico in un polveroso cratere collocato al centro del palcoscenico. Un buco che ci attrae e respinge in cui, in un modo o nell’altro, tutti rischiamo di cadere. Qualcuno a volte sprofonda, altri preferiscono rinunciare alla vita pur di evitare le vertiginose tentazioni, ma nessuno può far finta che non esista. Grazie al cratere, alle luci, alla polvere bianca che lo circonda e che finisce per “macchiare” tutti i personaggi, vengono create potenti immagini che evocano grandi tragedie della storia: da Pompei alle trincee della prima guerra mondiale, dall’11 settembre ai cadaveri dei migranti sulle spiagge d’Europa. A mostrare quel che siamo, quello in cui siamo e siamo stati immersi. Tutt’intorno, gli attori mettono in scena i temi classici del Macbeth, in particolare il fascino e la paura del potere, un mix che crea quella sete inestinguibile che finisce per produrre proprio le tragedie che eruttano dal cratere.
Una scena in particolare ci guarda dritto negli occhi: quella in cui un Macbeth senza figli urla la sua disperazione perché qualcuno che non ha il suo stesso sangue prenderà il potere. Una disperazione che lo porterà all’inevitabile sconfitta. Il finale del Macbeth è infatti ottimistico, molto più dell’osservazione della realtà che ci circonda.

Per chiudere non si può non sottolineare come la recitazione di tutti gli attori sia impeccabile, mentre la visione “dell’alto” che permette il teatro Studio sembra la migliore possibile. Nonostante le poltrone.

mb

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