“Orchidee” di Pippo Delbono

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Nel suo “Orchidee“, in scena fino a domenica al Comunale di Bolzano, Delbono utilizza tutto il teatro: la danza e le arti visive, Shakespeare e Cechov, il palcoscenico e la platea, ma, soprattutto, il pubblico che, almeno in occasione della prima di giovedì scorso, sceglie tempi “teatralmente” perfetti per mostrare il proprio disappunto. Nel momento più emozionante, quando gli attori, in gran parte nudi, danzano in cerchio mentre Delbono recita Romeo e Giulietta, la prima fila centrale si alza e abbandona il teatro. Qualcuno ipotizza un’abile mossa registica di Delbono, ma non è così, è solo la dimostrazione che “Orchidee” ha colto nel segno. La scena si ripete poco dopo, quando, nel momento del casto abbraccio ad un ragazzo down completamente nudo, un’altra coppia di anziani, si alza e, barcollante, raggiunge l’uscita. Fuga “illiberatoria” che impedisce loro di affrontare le immagini contenute nel video della madre di Delbono sul letto di morte. Lunghi minuti in cui il figlio accarezza le sottilissimi dita della mano della mano della madre, mentre risuonano brani di Amleto dedicati alla morte di Ofelia: “qui ella venne, il capo adorno di strane ghirlande, di ranuncoli, ortiche, margherite e di quei lunghi fiori color porpora che i licenziosi poeti bucolici designano con più corrivo nome ma che le nostre ritrose fanciulle chiaman dita di morto”. Perché “Orchidee” è anche (e soprattutto?) un omaggio floreale nei confronti della madre. Uno splendido mazzo composto dai fiori di ciliegio di Cechov, dalle ghirlande di Ofelia e dalle “eterne” orchidee di Delbono che, nel ricordare il funerale primaverile della madre, danza libero come un perfetto “figlio dei fiori” sulle note di Joan Baez.
Massimiliano Boschi

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